29 dicembre 2011

Grani impertinenti, una tranquilla vita da giardino 10


Grani impertinenti
… una tranquilla vita da giardino

 
- DECIMA PARTE - 

scarabocchio di naimablu

Sono le due.
Flaffy ancora non torna e credo che manchi poco perché io incontri nuovamente Morfeo.
Morfeo mi è simpatico, non l’ho mai visto, ma suppongo sia affascinante.
Come faccio a dire che mi piaccia?
Semplice, valuto la gioia con cui mi approssimo a schiacciare un pisolino.
Sono sempre felice quando vedo un bel lettino morbido, un divano comodo, una bella amaca, persino il materassino gonfiabile della pozzanghera in giardino.
Sì, mi piace dormire, che c’è di male?
Si è svegliata campanula e suona: Flaffy in arrivo…
«Eccomi!»
«Vedo?!»
«Mely, cosa ci fai con gli occhiali da sole? Poi, con “quegli” occhiali da sole…li hai presi dal fioraio?!»
«Flaffy, non essere indisponente!»
«Mi permettevo di darti una velata opinione sui tuoi nuovi occhiali, senza essere troppo diretto.»
«Se non la smetti, un diretto te lo piazzo in pieno viso!»
«Ho quasi paura a varcare la soglia … In ogni caso, toglili, sono le 2, è buio!»
«Ok, io li tolgo, ma tu entra dentro e spogliati.»
«Cosa? Così, senza mezzi termini, mi imbarazzi, sai?»
«Non farti venire strane idee, gnometto stiloso. Togli quel vestito scintillante e infila questa tuta, se vuoi che possa ancora far uso della vista…»
«Non penso tu sia invidiosa del mio abito, solo perché ti conosco bene…»
«Ecco, dovresti sapere, quindi, cosa pensi realmente del tuo abito…»
«Noto un pizzico di ironia.»
«Sarà il pepe che ti è rimasto sui vestiti, dopo la cena da Sandrino il birbantino. Racconta, cosa è successo?»
«Sono andato a prendere Loto sotto casa. Era bellissima, aveva indossato dei deliziosi orecchini di menta e aveva quel suo profumo così elegante che quasi…»
«Elimina i particolari inutili e vieni al sodo!Cosa sappiamo del Coso?»
«Domani mattina il Coso uscirà.»
«Questo, la tua Loto, te l’aveva già spifferato.»
«Sì, aumentavo la supsance…»
«Sono quasi le tre, se non ti sbrighi, aumenterò la tua necessità di avere un medico per amico. Ho violente intenzioni.»
«Ok, ok, vengo al dunque. Pare che il Coso sia ingrassato, ultimamente…»
«Flaffy, ho detto: STRINGI!»
«Quello che dovrebbe seguire una dieta è il Coso, io non ne ho bisogno…»
«Se ne potrebbe discutere, continua!»
«Mely! Pare che il nostro bizzarro vicino vada a correre, a giorni alterni, alle sei di mattina. Tra qualche ora dovrebbe iniziare l'allenamento.»
«Perfetto! Conosciamo il percorso?»
«Sì, uscirà dalla siepe di more e si dirigerà verso casa di…ah…»
«Di?»
«Bety…il mio adorato amore.»
«Togliti quella maschera da peluche con gli occhi a cuoricino, torna tra noi e studiamo insieme un piano.»
«Semplice. Tu ti apposterai nei pressi della siepe e io vicino casa di Bety. Utilizzeremo tre macchine fotografiche. Una la terrai tu, una io e l’altra a metà percorso, attivata con un pulsante a distanza. Non ci scapperà.»
«Potrebbe funzionare, anche se suggerirei di invertire gli appostamenti. Tu alla siepe e io vicino casa di Betulla ché tu potresti distrarti.»
«Non dire sciocchezze. Seguiremo il mio piano. Ti prometto che sarò vigile, se non riesci a fidarti di me in questa occasione, allora significa che la nostra amicizia dovrà essere messa in discussione…»
«Ok, ok, abbiamo due ore per riposare. Usiamole. Io mi fido, ma se ti distrai per ammirare la tua spilungona smunta, mi arrabbio!»
«Non accadrà. Fidati.»
«La mia fiducia in te, al momento, è inversamente proporzionale al sonno che ho….usa la matematica e capirai, intanto, apri il divano letto e sistemati lì.»
«Allora, hai detto: “inversamente proporzionale”… mmm … significa che, se non mi sbaglio, sì, dovrebbe essere proprio così, inversamente proporzionale…»
«Flaffy! Sta’ zitto e DORMI!»
«Va bene, dormo, ma questa cosa sulla matematica devo capirla…»
«Ok, pensaci domani, ma non durante l’appostamento.»
«Lo farò! Dormi bene, Mely.»
«Buon riposo a te, a fra qualche ora.»

[continua...]

22 dicembre 2011

Grani impertinenti, una tranquilla vita da giardino 9


Grani impertinenti
… una tranquilla vita da giardino

 
- NONA PARTE - 




È tutto pronto, il bouquet per la spasimante di Flaffy, il thè per i biscottini allo zenzero e sono pronta anch’io.
Come: pronta per cosa?
Flaffy sta per arrivare e ha un appuntamento, quindi, avrà prestato particolare attenzione al look.
Se avete imparato a conoscere un po’ il mio amico gnometto, potrete immaginare perché lo preferisca quando si veste a caso …
Eccolo!
«Flaffy, dammi subito gli occhiali da sole. Sbrigati!»
«Mely, cos’è questa fretta? So quanto siano irresistibili i miei occhiali mascherina rouge, quindi scuso la tua irruenza. Non mi hai neppure salutato. Tieni, provali, ma non affezionarti troppo ché tra un po’ dovrai rendermeli.»
«Non temere, li riavrai in men che non si dica. Giusto il tempo di prendere i miei …»
«Non capisco, siamo in casa, a cosa ti servono gli occhiali da sole?»
«Ti sei visto? Ops, non credo tu ci sia riuscito, vista la luce che emani.»
«Sto per pensare male di te, Mely …»
«Intendevo dire che, con tutto quell’argento, troverei difficoltoso, riuscire a guardarmi allo specchio. Hai visto quanta luce rifletti?»
«Ti avverto, altre considerazioni come questa e non saremo più amici del cuore.»
«Flaffy, non devi prenderla male. Io intendo solo dire che tu non hai bisogno di quella bardatura argentata per splendere. Basta solo che tu sorrida per illuminare chi ti è accanto.»
«Ora ti riconosco!»
«Salvata in corner.»
«Sì, effettivamente l’ultima partita del Real Pandino è stata vinta proprio per un pelo. Ma...ora che ci penso: da quando sei un’esperta di calcio?»
«Dallo stesso tempo in cui tu sei un esperto nello scegliere la mise più sobria da indossare, per passare inosservato.»
«Quindi da tanto tempo e, se somigli almeno un po’ a me, significa che sei una fuoriclasse.»
«Ripetente?»
«Ho detto: sei una fuoriclasse! Hai problemi d’udito? Perché mi chiedi di ripetere?»
«Sento benissimo, molto di più di quanto tu veda.»
«Cosa?»
«Mi riferivo agli occhiali da sole, forse hai ragione, in casa non sono necessari.»
«Allora, hai preparato il bouquet per Loto?»
«Loto? Sei sicuro si tratti di una femminuccia?!»
«Non essere sciocca, Mely. L’hai vista anche tu: ha tutti i petali al posto giusto!»
«Ok, contento tu. Il bouquet è pronto. È composto di: valeriana, melissa e lavanda.»
«Questo non è un bouquet, ma un sonnifero!»
«È per metterla a suo agio, per farla rilassare. In ogni caso, infila in tasca questa radice di ginseng e se vedi che crolla, tirala fuori.»
«Chi ti ha consigliato questo bouquet?»
«Petunia…»
«Lo sospettavo.»
«Perché?»
«Abbiamo avuto una segretissima liason amorosa, la scorsa primavera. È durata solo poche settimane, poi, io mi sono innamorato di Marghe.»
«Flaffy! Anche Marghe?»
«Sì, ma con lei è stato un amore breve, ma intenso. Ricordiamo quel bel periodo entrambi, con piacere e senza rancori.»
«Ecco perché Petunia e Marghe non parlavano più. Eri tu la causa dei loro dissapori. Ho un amico infrangi cuori e non lo sapevo…»
«Come no? Dovresti immaginarlo al solo guardarmi.»
«Riuscissi a farlo…»
«Basta, parliamo di cose serie, altrimenti litighiamo. La bella Loto, mi aspetta. Non prenderà MAI il posto di Bety, nel mio cuore, ma devo accattivarmi le sue simpatie per continuare ad avere notizie sul Coso.»
«Come pensi di trascorrere la serata?»
«Andremo a cena da "Sandrino il birbantino"
«Flaffy, quello è il ristorante dei playboy!»
«Deve essere chiaro il tipo di relazione che voglio instaurare con lei. Sono consapevole del mio fascino e del fatto che il mio cuore è destinato a Bety. Loto è un caro fiorellino, non voglio si illuda e soffra.»
«Che uomo attento. Quindi, hai detto: cena, poi?»
«Poi ... una bella e lunga chiacchierata.»
«Chiacchierata? Dopo una cena da SANDRINO IL BIRBANTINO
«Non fare l’impicciona, mi costringi a dirti le stesse cose che ti ha detto il Coso.»
«Non osare esprimerti come quell’indisponente.»
«E tu non fare più domande. Avrai tutti i dettagli. Va be’, non proprio tutti, diciamo quelli salienti.»
«Se scopro che tutta questa storia è una scusa per far ingelosire Betulla, mi arrabbio!»
«Non è così. Ora fammi andare, la mia bella mi aspetta.»
«Di notte?»
«Mely, non essere sfrontata. Loto è una signorina seria!»
«La belle di notte sono fiori bellissimi, volevo farle un complimento. L’importante è che ci sia utile.»
«Lo sarà. Io scappo, tu cosa farai stasera?»
«L’albero di Natale. Lo so, sono in ritardo, ma la faccenda del Coso mi ha distratta e ancora non l'ho fatto. Non voglio che Abete trascorra queste feste senza il suo addobbo.»
«Mi dispiace non avere tempo per suggerirti come decorarlo. Non so, anche solo gli abbinamenti dei colori dei festoni.»
«Abete ringrazierà.»
«Ma se non posso aiutarti…»
«Appunto!»
«Meglio che vada, altrimenti…»
«Torna con buone nuove.»
«A stanotte, aspettami sveglia.»
«Contaci…»
Flaffy è andato.
Per fortuna, perché i miei poveri occhi non so ancora per quanto avrebbero sostenuto tutta quella luce.
Non mi resta che aspettarlo e, nell’attesa, andare a trovare Abete per addobbarlo.
Mi piace il Natale e sono contenta di curare il look delle feste di Abete.
È grande e grosso, ma tanto buono ed elegante.
È un piacere addobbarlo, tutte le volte, facciamo sempre una bella chiacchierata.
Il momento più difficile è quello in cui posiziono la punta, ma è anche il più bello perché lui mi aiuta a salire, facendomi scivolare sui suoi rami. Senza farmi cadere, s’intende.
Chissà il Coso se festeggia il Natale, se anche lui ha un amico Abete di cui occuparsi e che regali sceglierà per i suoi amici.
Che sto dicendo!
Antipatico com'è, il Coso, trascorrerà il Natale da solo e senza far regali a nessuno.
Ben gli sta!
Se fosse stato più simpatico, lo avremmo invitato alla nostra festa, ma non succederà.
Mai!


scarabocchio di naimablu




[continua...]

15 dicembre 2011

Grani impertinenti, una tranquilla vita da giardino 8



Grani impertinenti
… una tranquilla vita da giardino

- OTTAVA PARTE -



http://www.omnicomprensivo.it/forum/articoli/naimablu/grani-impenitenti-9.jpg


scarabocchio di naimablu

Dopo aver lasciato Petunia ai suoi immotivati sospiri, affidati unicamente alla sconfinata fiducia nella presunta avvenenza del Coso, mi sono avviata verso la casa del nostro nuovo inquilino per invitarlo alla festa.
C’è da dire che la siepe di more, è sempre stato il luogo più sinistro del giardino.
Nessuno vi si avvicina frequentemente, un po' per le spine, ma anche per quell'atmosfera cupa e tetra che l'avvolge.
Era sfitta da tanto tempo, il proprietario aveva pensato di raderla al suolo, ma non disponeva delle sostanze necessarie per poter affrontare la spesa, così, come ultimo tentativo, aveva pubblicato un annuncio d’affitto sul Gazzettino del vicino malandrino.
Nel giro di poche ore, aveva ricevuto un contatto e la siepe era occupata da un nuovo inquilino.
Il Coso, aveva già fatto parlare di sé durante le fasi del trasloco.
Non solo, nessuno di noi era riuscito a vedere lui, ma anche il suo arredo o tutto quello che aveva portato nella sua nuova abitazione era avvolto dal più totale mistero.
La redazione del Gazzettino del vicino malandrino aveva soltanto detto che Pero, il proprietario della siepe, aveva telefonato per chiedere di eliminare l’annuncio perché non c’era più bisogno fosse attivo.
La velocità con cui la siepe di more era stata affittata, aveva insospettito anche i cronisti del Gazzettino, soprattutto perché, quando avevano contattato Pero per chiedergli informazioni sul suo nuovo affittuario, questi, aveva soltanto detto che era stato pagato profumatamente, in tempi brevi attraverso un corriere espresso, e che a lui non interessava sapere di più.
E quando gli avevano fatto notare che prima o poi avrebbe dovuto dichiarare chi stesse occupando la sua siepe, aveva semplicemente detto: «Ops, non ci avevo pensato. Non mi crederete, ma cado dal pero!».
Dopo, questa considerazione, i cronisti del Gazzettino del vicino malandrino (e non solo) avevano capito che Pero non avrebbe mai potuto essere utile per ottenere informazioni o anche solo acute osservazioni sul caso del Coso.
Sta di fatto che, dal giorno del suo trasloco, il Coso è diventato l’argomento di discussione più in voga tra di noi e che la curiosità su chi sia, cosa sia, e perché sia qui è aumentata sempre più.
Ritorniamo alla volta in cui sono andata a invitarlo per la festa in suo onore.
Mi sono avvicinata alla siepe di more, e ho subito cercato un campanellino per bussare.
L’ho trovato!
Nascosta tra le spine, c’era una campanula viola e, senza perder tempo, l’ho suonata.
Il tempo di un dlin dlon e il tepore di quella bella giornata di primavera è stato soffiato via dal più gelido dei venti del nord.
«Chi disturba?»
«Salve, so che non mi conosce, ma sono una delle sue vicine d’aiuola. Mi chiamo Mely.»
«Non te l’ho chiesto!»
«È buona educazione presentarsi. Lei, come si chiama?»
«Fatti gli affari tuoi, impicciona!»
«Non sia così ostile, vengo in pace e per invitarla al party che si terrà in suo onore.»
«E chi te l’ha chiesto!»
«Nessuno, ma noi abitanti del giardino siamo soliti organizzare una festa di benvenuto per i nuovi vicini. Lei si è trasferito solo da una settimana, abbiamo notato che non esce, vorremmo sapesse che siamo felici sia qui con noi.»
«Aspetta a dirlo, fiocchettina!»
«Fio … che cosa?!»
«Poche chiacchiere. Non voglio nessuna festa, non mi interessa se vi sono o meno simpatico. Vi osservo tutti i giorni e non c’è nessuno di voi che mi vada a genio. Se volete fare quella stupida festa, fatela pure, ma non verrò. E vi avviso: chiudete le danze entro le ventiquattro, altrimenti vi faccio ballare in gattabuia, dopo avervi denunciato per rumori molesti. Non fate scherzi, io vi osservo! Adesso sgomma e attenta a non inciampare nel nastro, fiocchettina!»
«È un insolente e un ingrato! Stia attento, lei. Chi ha problemi a mostrarsi alla luce del sole, fino a prova contraria, non siamo noi. Sappia anche che indagheremo sul suo conto e se ha qualcosa di marcio, la espelleremo dal giardino. Arrivederci, ne stia pur certo!»
«Mi hai spaventato, sai? Uhhhh … che paura. Come femminuccia, sei alquanto audace, insomma, guarda quanta foga solo per vedermi in tutto il mio splendore. Non illuderti, fiocchettina, sei troppo indisponente per essere il mio tipo. Adesso, però, togli il disturbo e di’ ai tuoi amichetti di non infastidirmi ulteriormente. Addio.»
Ecco, questo è stato il mio primo incontro con il Coso.
Al mio ritorno tra gli altri abitanti del giardino, nessuno credeva che il Coso fosse davvero tanto antipatico, qualcuno aveva anche avanzato l’ipotesi avessi potuto indisporlo io.
Petunia, addirittura, per qualche giorno non mi ha rivolto la parola, accusandomi di averle rovinato il suo sogno d’amore, per fortuna, poi, ha preso una sbandata per mio cugino Melo. Sarebbe stato un altro palo, sì, una palla goal mancata o una bella trave in testa, mettetela come volete, ma fin quando Petunia avrebbe continuato a fidanzarsi senza comunicarlo al diretto interessato, non credo avrebbe avuto esperienze in cui poter esultare o schivare bernoccoli.
A proposito di Petunia, avrebbe potuto aiutarmi lei con il bouquet di erbette assortite per Flaffy.
Il mio amico stava per tornare, mi avrebbe illustrato il suo piano per incastrare il Coso, prima di andare a fare “pubbliche relazioni” con la commessa del negozio d’abbigliamento sportivo.
Speriamo solo Flaffy si sia vestito bene per l’appuntamento …



[continua...]

14 dicembre 2011

Giovedì





È giovedì.
In un luogo che non è importante sapere, in un mese che possiamo anche non dire, in una vita che l'ha visto arrivare, senza più ricordare da quanto lo aspettasse.
Aspettava, non sapeva se sarebbe stato proprio un giovedì, non era importante, purché arrivasse ed era arrivato.
All’improvviso, segnato con tratto incerto su un foglio, ormai sgualcito dall’attesa, quasi stinto sulla carta, ma non nei pensieri di Lei.
Non aveva dimenticato, non poteva né voleva, ma l’aveva confinato in quell’angolo del cuore che si fa finta di non ricordare di visitare.
Qualche volta, però, Lei c’era stata. Distrattamente, stando attenta a non toccare niente ché si sa: certe cose è meglio non spostarle con il rischio di tirar su qualche macchia o comunque un po’ di polvere.
La macchia c’era, non era mai andata via, neppure la più spessa coltre di polvere, sedimentatasi nel tempo, avrebbe potuto nasconderla.
Quella macchia era lì e Lei la vedeva, lo sapeva.
Aveva penetrato le trame del suo cuore per dodici lunghi e dolorosi anni, conquistando, nel tempo, sempre più spazio, fin quasi a soffocarlo.
Lei e la sua macchia, Lei e quell’amore che non la lasciava andare.
L’aveva legata a sé nella bellezza dei suoi diciotto anni, nell’incoscienza che schiaffeggia la ragione e affonda, bramosa, nella passione.
Senza paura, l’aveva amato, con il cuore che le gridava di voler esser sua, con le promesse che non si curano dell’incertezza del cammino, con quel corpo che fioriva nella fusione con l’altro, indissolubile parte di sé.
Lui era il suo presente vivo e il suo futuro da sognare.
Lui l’amava, a Lei bastava questo per non aver paura.
Non ne aveva mai avuta, neppure quando un giorno sentì il suo cuore battere per due.
La notizia della vita, per Lei.
L’intralcio ai suoi programmi, per Lui.
Lei, continuava a non aver paura, continuava a raddoppiare i suoi diciotto anni anche per Lui.
Lui era con lei, ma già non c’era più, rincorreva i suoi desideri senza fermarsi a cullare quel sogno, che batteva all’unisono con il cuore di Lei.
Il futuro di Lei nel suo ventre.
Il futuro di Lui nelle sue dita votate alla musica. Una passione da inseguire nella totale libertà del cuore e del corpo, la passione della sua vita,  più forte della vita stessa.
Un futuro che non li avrebbe visti insieme.
È giovedì, in una vita che non si è più abbandonata all’amore, nel tremore di due mani che non riescono a riposare.
Un biglietto, poche parole e un appuntamento a cui decidere se voler appartenere:

Ho solo la speranza che tu voglia ascoltarmi.
Null’altro che questo e la consapevolezza tu possa negarmelo.
Capirei, soffrirei, ma capirei.
Giovedì sarò da te, spero tu mi permetta di vederti, per me sarebbe importante.


Lei e i suoi pensieri in questo giovedì, le sue paure che le stringono il respiro, la rabbia che zittisce il cuore, le mani che non riescono a smettere di cercare qualcosa da poter torturare, le gambe che percorrono quell’attesa come su una distesa senza fine.
È nervosa, se potesse accarezzarsi le ferite, le vedrebbe sanguinare come dieci anni fa, ma non può neppure medicarsi, sanguinano e non le può tamponare.
Ha imparato a sopportare il dolore.
Ha dovuto farlo soprattutto per quella vita che ha voluto stringere e sollevare con le sue sole braccia.
Quella piccola vita venuta al mondo senza chiedere il permesso, era stata la sua forza, l’unico dono di Lui, cui non avrebbe mai voluto rinunciare.
Adesso è giovedì, stride nel tintinnio del campanello e nelle esitazioni di Lei.
Lei e il suo appuntamento.
Lei e il suo giovedì cui ha deciso di appartenere.
“Andrà tutto bene” si dice, mentre affonda la maniglia e spalanca lo sguardo su di Lui.
È lì, la guarda come se il tempo non fosse trascorso, con gli occhi adombrati da qualcosa che ancora non sa spiegarsi.
Lo guarda, lo sguardo è rigido, severo.
Gli parla, il tono della voce è duro.
Lo ascolta, distante, senza riservargli nessuna amorevole accoglienza.
Lei è lì, immobile e ha una storia da ascoltare.

Ascolta la storia di un ragazzo che amava, a cui sentiva d’appartenere. Il compagno di un cammino pieno di promesse da realizzare. Colui che la stringeva nel suo presente vivo e l’avrebbe accompagnata nel suo futuro da sognare. Il padre di quel cuore che, dodici anni prima, batteva insieme al suo.

Ascolta la storia di un ragazzo che aveva una passione, una passione che non era lei. Aveva un sogno, ma non era con lei. Voleva un futuro, ma non in quella piccola vita che stava venendo alla luce.

Ascolta la storia di un giovane cuore pentito, di un uomo che ha realizzato il sogno della sua vita, perdendo per sempre l’amore, di un padre che si è accorto tardi di avere un figlio da amare. Di un cuore ormai solo.

Ascolta la storia della preghiera di un perdono, difficile da donare.

Lei ha ascoltato, ricordato, guardato in faccia quel dolore che non la lasciava andare.
Non riesce a perdonare, non riesce a voler essere parte di un altro dolore. Un dolore che non sente suo.
Guarda Lui, per l’ultima volta, sapendo dell’impossibilità di un ritorno, senza sentirsi in colpa.
Uno sguardo a quel passato che, adesso, può lasciar andare e la voglia di guardare avanti per poter vivere, senza doversi più fermare a ricordare.
È un giovedì che sta per andar via, non importa in quale luogo o in quale tempo, ma nella vita di Lei è un giorno nuovo da cui poter ripartire.






[A questo racconto è stato assegnato il terzo premio del concorso letterario "Caffè Blues", organizzato dall’"Art Cafè" di Maglie (LE) ]


8 dicembre 2011

Grani impertinenti, una tranquilla vita da giardino 7

Grani impertinenti
… una tranquilla vita da giardino
 
- SETTIMA PARTE -


scarabocchio di naimablu


Flaffy e quella sua assurda teoria sul fatto che il Coso dovrebbe interessarmi chissà come.
L’unico motivo per cui ne parlo così tanto è che non sopporto quel suo modo arrogante di trattare noi vicini e la sua maleducazione nel non volersi mostrare.
Chi non si mostra ha sicuramente qualcosa da nascondere.
E se fosse lesivo per tutti noi?
Del resto, sulle sue mantelline ci sono teschi e non fiorellini.
Sì, teschi simpatici, probabilmente innocui, ma, visto il soggetto, non c’è da star tranquilli.
Poi, per dirla tutta, uno scoop per il Gazzettino del vicino malandrino, farebbe comodo anche a noi.
Io potrei iniziare a realizzare il mio sogno, muovendo i primi passi come cronista, e Flaffy lanciare la sua attività di stilista, arricchendola anche delle capacità come fotografo.
Senza contare che potremmo investire il compenso ricevuto, in cambio della foto, per ravvivare il giardino.
Ne trarrebbero beneficio tutti, anche il Coso e Betulla … ahimé.
Oltre allo spiacevole episodio con lo zucchero, di cui ho raccontato, il Coso è stato protagonista di altri avvenimenti antipatici.
In giardino siamo abituati a organizzare delle bellissime feste d’accoglienza per i nuovi abitanti.
Quando il Coso si è trasferito qui ne abbiamo organizzata una anche per lui.
Marghe e Petunia avevano persino composto una ghirlanda di erbette per accoglierlo, Pioppo si era occupato della musica, essendo il dj più in vista tra i giardini, Betulla si era proposta di ballare sul cubo, questo, però, più che un regalo al Coso, l’ha fatto a sé stessa, vanitosa com’è…
Flaffy aveva preparato i suoi biscottini allo zenzero e si era proposto come curatore d'immagine per Betulla, io avevo pensato alle decorazioni e all’organizzazione dell’evento.
La festa era pronta per essere allestita, avevamo pensato davvero a tutto, meno a una cosa: invitare il Coso!
Poco male, il party si sarebbe svolto tre giorni dopo e avremmo anche potuto posticiparlo, se il Coso avesse avuto problemi.
Del resto, non era mai successo che qualche nuovo inquilino del giardino avesse rifiutato la festa di benvenuto in suo onore.
Essendo la pr del giardino, sono andata a invitarlo io.
Non l’avessi mai fatto.
Ricordo che era un giovedì di primavera, in giardino eravamo al meglio di noi, indossavamo gli abiti più vivaci e io avevo un bellissimo colorito.
Tutto era pervaso da un tepore discreto e avvolgente e il sorriso era conseguenza naturale di questa condizione gioiosa.
Nulla poteva turbare quell’atmosfera così amichevole.
Non conoscevamo ancora il Coso.
Mentre Flaffy era occupato ad approfittare della sua mansione di curatore d’immagine per Betulla, Pioppo fingeva d’esser geloso di lei, ma faceva gli occhi dolci a Marghe, Petunia mi è corsa incontro con la ghirlanda per il Coso e mi ha chiesto: «Mely, credi che abbia scelto bene le erbette? Non ti sembra troppo verde questa ghirlanda?».
«Non vedo come potrebbe esser d’altri colori, l’erbetta è verde!»
«Hai ragione Mely, è che sono emozionata.»
«Petunia, ma se non sappiamo neppure come sia questo nuovo inquilino, aspetta almeno prima d’avergli dato un’occhiata per tremare d’emozione. No?»
«Attenderò, ma qualcosa mi dice che sarà un tipo originale.»
«Cosa te lo fa pensare?»
«Certe cose si sentono e sai che io sono sensibile ai segnali del destino.»
«Già, ti conosco. Proprio per questo, io aspetterei prima di entusiasmarmi troppo.»
«Non puoi riferirti sempre a quella volta. Lì non mi ero concentrata bene, ecco.»
«Diciamo pure che la concentrazione era andata a farsi un giro nel guardaroba di Flaffy, per quanto era confusa.»
«Non è colpa mia se non esistono più i Pini di una volta!»
«Nel caso di quel Pino, si percepiva a priori che si trattasse di più di una pigna.»
«Mely, non era proprio tonto, dai!»
«No, sembrava solo che lo avessero usato come pendolo, all’interno di una campana, per quanto era rintronato. Ce n'eravamo accorti tutti, tranne tu.»
«Perché voi non avete un animo fiducioso come il mio, solo per questo. Siete snob!»
«Oppure più svegli di te, sicuramente più di quel Pino.»
«Lui voleva solo essere utile e far colpo su di me.»
«Per poco il colpo lo faceva venire a noi e c'è mancato tanto così, perché trasformasse il nostro giardino, nella “Fiera del porcellino sbarazzino”. Dimmi tu, come si può pensare di fare un restyling alle nostre aiuole, impregnando i suoi aghi di vernice ROSA e scuotendosi all’impazzata, sperando che tutto venga dipinto in maniera uniforme!»
«Almeno, lui ci ha provato!»
«Con il risultato che persino Flaffy che, come sappiamo tutti, è elastico sull’uso dei colori, voleva eliminarlo, quando si è trovato completamente tinto di rosa.»
«Aveva appena iniziato a scuotersi.»
«E meno male! Altrimenti, avremmo avuto il giardino più ridicolo del mondo.»
«Non sei affatto romantica!»
«Perché mai?»
«Rosa è il colore dell’amore.»
«Anche quello dei porcellini.»
«È inutile parlare con te, tu certe cose non le comprendi. Era chiaro come Pino volesse dichiararsi a me con quell’idea del restyling rosa. Voi gli avete smorzato l’entusiasmo, fino a farlo rinunciare. Il risultato è stato che la rinuncia si sia estesa anche alle intenzioni di conquista verso di me.»
«Pino è scappato con Orchidea Selvaggia, lo sai? Ti invito a riflettere, uno che scappa con una così, può mai avere intenti romantici?»
«Solo perché ha capito che il suo romanticismo non sarebbe mai stato compreso. Avete contribuito all’estinzione dei romantici, dirottando Pino, ormai deluso, verso Orchidea Selvaggia: un nome, un programma! Ma non parliamone più, ormai ho superato. Il mio cuore, adesso, è libero. Sento che il Coso, saprà affascinarmi e sarà un tipo irresistibile.»
«Io, invece, sento che dovresti fare una visita dall’otorino. Se dovessi sentire allo stesso modo che per Pino, staresti fresca.»
«Non ne ho bisogno, la temperatura che c’è mi piace. Non voglio sia più fresca.»
«Era un modo di dire … Riguardo il Coso, staremo a vedere. Innanzitutto, dovremmo sapere, almeno, cosa sia. Da quando è arrivato nessuno l’ha visto. Si è rintanato dietro il cespuglio di more e non è mai uscito o l’ha fatto di nascosto. Sto andando a invitarlo, ti racconterò che impressione mi ha fatto.»
"Impressione", credo sia la parola giusta da associare al mio primo incontro con il Coso.



[continua...]

24 novembre 2011

dis-attese


Attesa, Irene Salvatori



Certe sere suonano una musica triste. Ci sta. Sta nevicando, lo sai? Come un 14 dicembre di un tempo qualunque. Ci sono un quaderno blu e un pensiero ad alta voce. Zitto! Dovrei intimargli, ma io no. Lui no. Lui dice, approfittando di un respiro rubato. Tra un fiocco e l’altro. Ruba quello che non so di avere. Tu sai trovarlo. Io no. Io sto solo per andar via. Tu no. Resta, anche se non ci sono più. Per tutte quelle cose che non so di avere, e che non avrò mai. Le sai tu. Certe sere ascoltano una musica triste. Mentre sei in un’altra vita. Quando penso che ti potrei aspettare. Arriverai puntuale, tu. Io no.


20 novembre 2011

E sei



Equilibrista I, di Miss Mao




Succede che. Cosa, come, chi? Chi. Chicchiriccava il gallo, e non erano le sei. Alle venti in punto, in punta di piedi. Scalzi. Un passo alla volta e l’esitazione infilata nella tasca della giacca blu delle occasioni migliori. Se c’è occasione, altrimenti puoi cercarla. Puoi cercarmi. In fondo alla tasca, tra le cuciture di un pensiero sfilacciato. C’è un filo. Non è più rosso, non ne ha bisogno. È blu, come il suono di alcune sere attorcigliate all’uncino di un punto interrogativo. Ciondola nella sua danza migliore. Scivola su una risposta, al riparo dal dolore. Ti riconosco e ti accarezzo, anche se fa male. Sono le ventiquattro. E sei. Un pensiero in equilibrio su una lama


17 novembre 2011

Grani impertinenti, una tranquilla vita da giardino 6

Grani impertinenti
… una tranquilla vita da giardino

 
- SESTA PARTE -


scarabocchio di naimablu


«Mely, non riesco a non pensarci… »
«Neppure io, Flaffy.»
«Sul serio?»
«Sì, è un chiodo fisso. Immaginare, poi, anche le sue nudità… ORRORE!»
«Mely, che dici? Non essere sconcia! Ho persino pudore a immaginarle quelle nudità… »
«Non sono io a essere sconcia. Io quando corro, non uso solo una discutibile mantellina con i teschietti che, nudità a parte, sarebbe già un buon motivo per ritenere oscena quella figura inquietante! In ogni caso, non avrei mai sospettato avessi certi gusti, in fatto di nudità… »
«Cos’hai capito! Io parlavo di Bety.»
«Io no!»
«Vedo.»
«Vedi? Nonostante quegli occhiali così invadenti?»
«Non hai gusto.»
«O tu ti sei ustionato la lingua… »
«La mia lingua è ok, sei tu che non comprendi eleganti dettagli glamour. Questa è l’ultima moda nei giardini di Parigi.»
«È perché dovremmo subirla anche qui? Abbiamo la fortuna si sia fermata a Parigi, magari cambia idea e non arriva da noi. Che ne sai.»
«Sei troppo tradizionalista, amica mia. Dovresti osare di più!»
«Indossando occhiali così? Per rischiare l’internamento o la detenzione per atti osceni in luogo pubblico?»
«Eh?! Mi stai offendendo… »
«Ehm… Flaffy, devi fartene una ragione: Betulla non ti ama! Sì, avete avuto la vostra occasione, ma non è andata: fine, basta, stop!»
«Mi amerà, lo so.»
«Cosa te lo fa supporre?»
«Il nostro primo appuntamento.»
«Non c’è mai stato.»
«Appunto, posso ancora giocare le mie carte.»
«Flaffy, tu non sei un asso nelle carte… »
«Sono un campione.»
«Sì di asso piglia tutto, nel circolo del giardino.»
«Per far colpo ci vuole qualcosa tipo il poker, non l’asso piglia tutto!»
«È un gioco incompreso. Ci vogliono tanto ingegno e astuzia.»
«È il gioco più elementare del mondo.»
«Il mio club mi adora.»
«Come si chiama il tuo club?»
«Si chiama: “Prendi tutto ciò che puoi e poi scappa via da noi”, ma che c’entra?»
«Non credi che il nome del tuo club voglia comunicarti qualcosa?»
«No, non credo. Vogliono sempre che vinca, il più possibile. Infatti, sono diventato il membro del club più in vista, tanto che il direttore mi ha anche detto che il tempo dello “scappa via da noi” è giunto.»
«Vedi? Che ti dicevo… »
«Cosa vorresti dire?»
«Punto e a capo, anche con Betulla.»
«Bety è un sogno.»
«Incubo, vorrai dire. Quando mette quell’ombretto color melanzana, mi vengono i lividi solo a guardarla.»
«Mely, non essere invidiosa di me.»
«Io, invidiosa di te?»
«Anche tu troverai il tuo amore.»
«Ma anche no! Ho altri pensieri per la testa. Il Coso, per esempio.»
«A pensarci bene… Mely, questa tua ostinazione nei confronti del Coso potrei anche interpretarla come qualcosa di più che semplice senso di giustizia. Non mi stai nascondendo qualcosa, vero?»
«No, voglio solo scovarlo!»
«Bene. Ti ho detto che ho un piano.»
«Spara.»
«Boom!»
«L’hai già fatto, sei ripetitivo.»
«L’intonazione era diversa.»
«Non fai ridere.»
«Secondo me, sì.»
«L’importante è esser convinti.»
«Faccio finta di non aver sentito.»
«Allora, questo piano?»
«Domani mattina, le previsioni meteo hanno detto che la temperatura sarà gradevole, ma sarebbe meglio portare con sé un soprabito perché potrebbe abbassarsi.»
«Cosa c’entrano le previsioni meteo?!»
«Sono fondamentali. Suggeriscono che domani la mantellina sarà d’obbligo. Il Coso ci tiene tanto a indossarla, sicuramente uscirà per sfoggiarla.»
«Giusto!»
«La commessa del negozio di articoli sportivi, mi ha detto che il Coso ha ordinato altre mantelline e ha chiesto che gli vengano consegnate nel pomeriggio perché in mattinata non avrà modo di ritirarle.»
«Bingo!»
«Meglio la tombola.»
«È antica.»
«Meno di te.»
«Flaffy!»
«A proposito, adesso devo scappare, devo andare a scegliere un abito nuovo. Torno tra qualche ora e pianifichiamo tutto. Tu preparami un bouquet di erbette assortite per stasera: esco con la commessa del negozio sportivo. Pubbliche relazioni.»
«Chiamale così …. a dopo.»
Mentre il coso...


scarabocchio di naimablu


[continua...]

10 novembre 2011

Grani impertinenti, una tranquilla vita da giardino 5


Grani impertinenti
…una tranquilla vita da giardino

- QUINTA PARTE -

scarabocchio di naimablu


Betulla è il chiodo fisso di Flaffy, e non mi riferisco a quello bianco da cui non si stacca mai!
Eccolo lì, il mio amico del cuore, che mi dice di avere un piano sul Coso, che nemmeno si accorge che la commessa di quel negozio è cotta di lui, che mi porta i biscottini allo zenzero e fa finta di niente.
Già, fa finta di niente.
Io però, lo conosco troppo bene, anche se non vuole darlo a vedere, soffre. Per cosa, poi?
Per quella spilungona dal capello triste, con lo sguardo cattivo e antipatico e il sorriso a trattino che ti verrebbe voglia di chiuderglielo con una zip.
Pensate sia troppo cattiva?
Bene, vi racconterò qualcosa e sarete voi a giudicare.
Betulla è arrivata qui non molto tempo fa.
Il tempo di mettere radici e ha iniziato a socializzare, a modo suo.
Vi spiego quale sia il suo modo.
Si fa portatrice del motto: ti dirò la verità, sempre e comunque.
Un motto che io sento di condividere e rispettare, un atteggiamento che a me fa piacere, ma: è davvero necessario dire proprio tutta la verità?
Per Betulla: sì.
Me ne sono accorta la prima volta che, incontrando Marghe le ha detto, con tutta la nonchalance di questo mondo, che avrebbe fatto meglio a usare un cappello piuttosto che esibire quei petali secchi e sciupati che, al massimo, avrebbero potuto conquistare uno spazzolone.
Marghe, che è un tipo sensibile, ha iniziato a piangere e i suoi petali hanno rischiato di appassire, inzuppati nel lago dei suoi inconsolabili lacrimoni.
È stata simpatica anche con me.
La prima volta che l'ho vista ho cercato di socializzare, invitandola a bere un thè da me.
Per rendere più accogliente l'invito, le ho detto che avrebbe trovato anche i biscottini al cioccolato e che, se la avesse fatto piacere, avremmo potuto chiacchierare delle nuove tendenze cosmetiche.
Ecco, la cosa dei cosmetici l’ho inserita solo per creare quel clima di complicità che si crea sempre tra le più giovani, per farla sentire a suo agio e, per dirla tutta, anche per non metterla in difficoltà con argomenti troppo impegnativi. Non mi ha mai dato l'idea di poter azzardare la discussione di questioni esistenziali.
Ebbene, credo d’averla messa troppo a suo agio...
Appena finito di parlare, mi ha guardata dalla testa ai piedi, ha sospirato e mi ha detto: «Proporrei delle barrette dietetiche da abbinare a del thè, rigorosamente, senza zucchero. Ci tengo alla linea e dovresti avere maggior cura della tua, anche tu: con qualche centimetro in meno saresti molto più carina.
Ovviamente i centimetri in meno non riguardano l’altezza, lì si può davvero poco. Sul trucco, più che qualche consiglio, dovremmo stabilire delle vere e proprie lezioni. L’abuso di fard che fai è ingiustificabile!».
Ho dovuto far ricorso a tutte le mie risorse zen per evitare di esprimerle il mio pensiero nella sua genuina interezza.
Il mio abuso di fard è sicuramente più giustificato del suo abuso di idiozie e maleducazione, senza contare che i centimetri in meno che ha lei, sono quasi certa, le siano stati sottratti in materia cerebrale.
Inutile dirvi come quello sia stato il mio primo e ultimo thè in compagnia di quell’arpia.
Gli effetti collaterali, più catastrofici, li ha vissuti Flaffy.
Voi lo vedete vestito da duro, sforzatevi almeno un po' di vederlo così, lo so, non ci riuscite e più che un pugno da macho, lo immaginate dare un graffietto da micio.
In ogni caso, Flaffy, ci tiene a dare sempre un’immagine moderatamente aggressive e, secondo lui (solo secondo lui), sexy di sé.
Desiderava anche la capellona smunta lo vedesse così e ce l’ha messa tutta.
Andiamo con ordine, ora vi racconto come Flaffy ha capito di amare (?) Betulla, senza ritenere di doverla mettere al corrente della cosa.
Quando Betulla è venuta ad abitare qui, il Gazzettino del vicino malandrino, l’aveva fotografata e messa in copertina come: bella e impossibile del mese di maggio.
Lo confesso, nonostante la mia natura spiccatamente intellettuale e le mie letture impegnate, sono abbonata anch’io al Gazzettino del vicino malandrino, ma non deve saperlo nessuno: ho una reputazione da difendere!
Lo leggo in gran segreto, solitamente lo nascondo nel cassetto delle posate d’argento, quelle che non prendo mai, quelle così pesanti che solo il pensiero di tirarle fuori ti fa metter su muscoli.
Vi affido un segreto: quando mi sento in colpa per aver mangiato qualche biscottino in più, penso alle mie posate d'argento ed è come fare pesi, senza nemmeno dover indossare la tuta: geniale, direi!
Una mattina, il corriere che consegna i giornali, ha bussato alla mia porta e, senza neppure dirmi “Buongiorno”, ha lanciato il giornale in casa.
Doveva essere un lanciatore professionista, nonché campione di nascondino perché, una volta entrata in casa, non sono riuscita a trovare il giornale.
Poco dopo, ha suonato Flaffy.
Gli ho aperto, lui è entrato e si è accomodato sul divano, gambe accavallate, braccia aperte ed espressione da: “Guarda come sono irresistibile oggi. Eh!”
Eh! Appunto.
So che morite dalla voglia di saperlo: pantaloni verde pistacchio a zampa d’elefante, camicia tigrata color melanzana e argento, stivali old west e occhiali da sole a goccia gialli.
Lo avete pensato, vi ho sentiti, non lamentatevi, ora, di ciò che avete immaginato pensando al look di Flaffy.
Flaffy, però, mi sembrava insofferente, si agitava sul cuscino, affondando la mano sul retro, dopo poco, è comparso: il Gazzettino del vicino malandrino era tra le sue mani.
Ero stata scoperta e non potevo più nulla!
«Mely, non me lo sarei mai aspettato! Tu che leggi soltanto libri che io userei come fermacarte, per quanto sono pesanti, e che sei abbonata alla Rivista degli snobcascasseilmondo. Ecco come non si finisca mai d'esser sorpresi...» mi ha detto con fare sornione.
Mi sono sentita spacciata, ma è durata poco, il tempo di balbettare un timido e colpevole: «Veramente, io…» che Flaffy ha tolto, con un gesto cinematografico, i suoi occhiali improponibili per esclamare, sospirando: «È bellissima, deve essere mia. La amo e lei ama me, lo so!».
Parlava di Betulla, il lanciatore esperto di nascondino, non mi aveva lasciato il tempo di guardare la copertina, invasa da una mega foto di Betulla: antipatica e insipida, come al solito.
È così che è iniziata la melodrammatica infatuazione di Flaffy per la “sua”(solo secondo lui) Bety e, di conseguenza, i miei guai come migliore amica dell’innamorato non corrisposto.

[continua...]

8 novembre 2011

In blue


Chiaro di luna, Munch


La musica offriva riparo a una notte che non voleva ritrovare il suo blue.

In questa lettera non scriverò quello che vorrei dirti. Non ci riuscirò, neppure stavolta. Mi conosco e so che tra un po’ parlerò di quanto siano capricciose le nuvole stasera, di tutto quello che si può vedere attraverso i graffi del vapore su una finestra e di quanto sia bello ricamare un sogno in un cielo stellato. No, non parlerò di te, non ci riuscirò, come sempre. Così, farò finta di voler ricordare quella sera d’estate in cui i grilli hanno deciso come avremmo dovuto battere i piedi su quel viale di campagna. Volevamo ballare un tip tap. Per ballare il tip tap bisogna far rumore. Tip tap tip tap tip. E il rumore? Non c’era, insieme, noi, eravamo suono. Tip tap tip tap tip. Battevano i piedi, mentre i grilli facevano rumore. Quello che non riuscivamo a fare noi, quello che mancava alle nostre scarpe incipriate dalla polvere del viale. Polvere. Come quella che respiro tutte le volte che penso a quell’istante. Non respiro. Lo vedi? Non ci riesco. Così, ti dirò che vorrei ancora poter contare su quel filo rosso che pensavo non si sarebbe mai spezzato. Ricordi quella leggenda lontana? Si racconta che per ognuno di noi ci sia un filo rosso che ci riconduca all’altro. Ovunque sia. Ovunque. E tu mi hai trovata. Mi ero nascosta bene, nessuno doveva sapere dove fossi, nessuno. A te, però, non la si fa. Ci ho provato, ho sparso un po’ di pepe qua e là, ma tu non hai neppure starnutito, non ti sei distratto e mi hai trovata. No, non riesco a parlare di te, non ancora. Così continuerò raccontando di quando quella notte ha vestito i pensieri di blu. Cullava un istante, forse un mai più. Quella notte era diversa, noi eravamo diversi. Stretti in un abbraccio che non aveva bisogno di promesse, l’uno al riparo nel respiro dell’altra. Nascondevi segreti tra i miei capelli, in silenzio. Gli occhi bastavano a sussurrare quello che il cuore voleva gridare, ma che la voce accarezzava con discrezione. I tuoi occhi nei miei, come se non avessero avuto altra casa. I miei nei tuoi, e nessuna intenzione d’andar via. Un po’ come quelle pantofole che non vuoi buttare. Sono lacere, piene d’ammacchi e segni, nonostante tutto, senti che tengano ancora caldo. Senti. Ché certe cose si sentono più che il freddo d’inverno o l’acuto di un bambino in cerca di attenzione. Vedi? Parlo di te, un po’. Forse ci sto riuscendo, anche se non dico di quell’istante, di quel mai più. Forse, raccontarlo, potrebbe sollevarmi. Forse te lo dovrei. Ma come? Come faccio a spiegare il dolore di uno strappo impossibile da ricucire? La mia anima, da quel momento, è mutilata. In quell’istante in cui hai deciso che la vita fosse troppa per doverla lasciare andare. Così, sei andato via tu. Silenziosamente, abbandonandoti alle acque dello stesso lago che ha cullato la nostra ultima notte tinta di blu. Mi hai affidata alle cure del mio ignaro sonno e, quando hai capito fosse abbastanza profondo da attutire ogni dolore, mi hai baciata. Non l’ho sentito, ma so che lo hai fatto. Ed è arrivato. Quell’istante in cui ti sei lasciato scivolare con tutto il peso della tua malattia, in quel lago increspato di latte dalla luna.

“Ho legato il mio tempo al tuo. Lo slego adesso, per poterlo portare con me. Prima che sia troppo tardi per trattenerlo. Per non permettere al mio male di farlo suo, portandomi via da te, senza che possa riconoscerti. Il nostro tempo, adesso, è salvo. Nessuno potrà sottrarcelo, mai."

 L'ho detto, senza respirare. Siamo ancora una volta insieme, per non lasciarci. Mai più.



6 novembre 2011

segreto


Opera di Marianna Di Palma



Ho un segreto.
L’ho scoperto stanotte e non ho intenzione di rivelarlo a nessuno.
Neppure a te. Soprattutto a te.
Non so perché posseggo questo segreto, non l’ho chiesto, non ho desiderato nessuno lo lasciasse.
Non l’ho chiesto a te.
Da te non voglio niente, non saprei come ricambiare.
Non ho nulla da darti.
Devi credermi, è così.
Quando senti che potresti dar tutto, in quell’istante, sai che non possiedi più niente.
Ho solo me. Me e un segreto che non ho chiesto.
Non so se lo voglio, lo guardo con sospetto, lo nascondo ché m’imbarazza.
Non mi piace sentirmi nuda, non quando non sono io a svestirmi.
Vuoi farlo tu. Le tue mani.
E io le prenderei e le bacerei, le tue mani.
Le stringerei e ti accompagnerei in quei luoghi di me che io stessa ignoro.
Ho un segreto che non ho chiesto e le tue mani.
Hai il mio niente e i miei luoghi. E non li hai chiesti.
Stanotte ho fatto un sogno e c’eri tu.
Ti ho chiesto: «Resta». E non sei andato via.
Neppure quando mi son svegliata.
Ti ho chiesto: «Torna». Eri con me.
Aspetta.
Ho solo me e un segreto che non so raccontare.
Hai solo un modo per potermi ritrovare.
Ho le tue mani. Hai le mie.







[Grazie a Marianna Di Palma per avermi regalato la possibilità di usare la sua bellissima creazione, per impreziosire le mie parole. Potete trovare altre sue opere anche qui.]

[...e grazie a alpexex per aver scritto il suo bellissimo post, ispirato da questo, che trovate qui.]

senso




Nudo di donna II, Stefania Stravato

Cerca il silenzio, dentro.
Un luogo intimo in cui vivere questo pensiero.
Lascia che la musica ti accompagni.
Perditi tra le mie parole, se vuoi.


Spogliami.
Ché quasi già lo sono, svelata dal tuo sguardo che percorre le linee del mio corpo.
Adesso è tuo.
Senza chiedermi il permesso. Fallo.
Un velo alla volta, una carezza alla volta. Un bacio, non ancora.
Scivola tra i luoghi in cui cerco riparo e tremo.
Lentamente, piano. Quasi in silenzio. Sfiorami.
Con movimenti lenti, indugia dove dimora l’esitazione d’un respiro.
Non è più mio. Ti fai respiro, Sei.
E trema, trema come il desiderio che tradisce la mia pelle.
Tremo.
Svestita dal tuo sguardo, lambita dalle tue dita che imprimono sentieri sulla mia pelle rubata alla neve.
Stringimi.
Ché le carezze non bastano più, ché la pelle si scioglie e non riconosce più i confini.
Sei tu, sono io.
Sono, nella stretta del tuo abbraccio che segna le mia schiena.
Sono ancora, nelle tue mani che disegnano i miei fianchi, stringono due parti d’una stessa luna.
Guardami.
Mi guardi e lego al silenzio del mio sguardo liquido un pensiero da affidare al tuo.
Lo prendi con te, mi prendi con te.
Le tue labbra sui miei occhi, le tue mani sul mio seno. La carezza, adesso, è forte.
Torturi dolcemente le mie curve, assaporandole. Sanno di buono, lo so perché non ne sei pago.
Il mio respiro appartiene al tuo, le mie mani intrecciano le tue.
Non ho più  un solo cuore, batte troppo forte per essere soltanto uno.
È il tuo cuore che fa l’amore con il mio, ancor prima che succeda tra i nostri corpi.
Prendimi.
Adesso che il suono del cuore è forte.
Adesso che quasi non sento.
Adesso che siamo onda nel riflesso di luce in un grano di sale.
Adesso che lo spazio e il tempo sono sospesi in questo istante di vita cesellato nel vapore.
Adesso che niente di me è più soltanto mio.
Non voglio niente che sia solo mio.
Voglio te con me.
In me.
Baciami, adesso puoi.