Un pomeriggio d’autunno, uno di quelli in cui non riesci neanche a pensare che, di lì a
poco, arriverà il grande freddo. La pelle ancora un po’ abbronzata, la tua,
perché la mia anche questa volta proprio non ce l’ha fatta a diventare scura,
che posso dire? Sarò figlia della luna, chissà. Tu sei già lì, sei seduto sulla
panchina di fronte alle casette degli scoiattoli. Io arrivo e, siccome sono
distratta, punto direttamente a quella che è di diritto la mia panchina: ci
vengo quasi tutti i giorni, è la mia panchina, non si discute! Mi siedo. Dopo
un po’, mi cade la borsa, mi giro per raccoglierla e mi accorgo di te. A quel
punto ti sorrido, non perché sei irresistibile, ma perché il sorriso è il
miglior modo per dire, senza dire: Ehi,
spero che per te sia una bella giornata! – anche se hai preso la mia
panchina, ma ve be’ –
All’inizio non faccio caso a te, sono impegnata a frugare nella borsa,
trovo il libro, la penna, la moleskine, le cuffie e un sacco di altre cose che
nemmeno so di avere in quel piccolo pozzo di stoffa a pois senza fondo, ma
ormai ci sto prendendo gusto a tirare fuori tutto e continuo. Tu sei sempre
seduto, hai tra le mani un libro aperto, un po’ leggi, un po’ ti distrai, un
po’ controlli il telefono.
Il telefono! Ecco che il mio squilla un sacco di volte, io non lo
trovo, nonostante tutto quello che ho tirato fuori dalla borsa, ancora non
riesco ad afferrarlo.
Eccolo! Non squilla più. Non è una chiamata importante, quindi lo
spengo e lo metto in borsa.
Tu mi hai guardata di sbieco, così, senza darlo troppo a vedere.
Io però me ne sono accorta perché, da quando ho visto che hai un libro
in mano, ogni tanto sbircio. È più forte di me, devo scoprire cosa leggi.
Torni con gli occhi fissi sul libro, io apro il mio e ricomincio
dall’ultima parola che ho lasciato e che mi sta aspettando.
Non riesco a concentrarmi. Adesso sono io che ti guardo. Cosa leggi?
Voglio saperlo! Te lo chiedo. Senza giri di parole, senza pensarci troppo, con
un filo d’imbarazzo, anche se faccio finta di no.
It.
Me lo dici con il sorriso più adorabile del mondo; poi, ci penso su e mi chiedo cosa ci sia da ridere. It non fa ridere e anche se ridi non è che ho meno paura. Annuisco cercando di non guardarti, così non ti accorgi quanto sono spaventata.
Me lo dici con il sorriso più adorabile del mondo; poi, ci penso su e mi chiedo cosa ci sia da ridere. It non fa ridere e anche se ridi non è che ho meno paura. Annuisco cercando di non guardarti, così non ti accorgi quanto sono spaventata.
E tu?
Io? Sei sicuro di volerlo proprio sapere? Guarda che se lo sai poi qui
non ci vieni più. Potrei nascondere il libro! Troppo tardi, secondo me hai
sbirciato qualcosa. Te lo devo dire. Uffa! Te lo dico.
Il cavaliere inesistente.
Sorridi un’altra volta. Non ti sei spaventato! Quasi, quasi ti dico
che, se vuoi, puoi dividere la mia panchina con me, a tutti e due piacciono
cose che non esistono e non è detto che le tue siano più spaventose delle mie.
No, non ti dico niente. Tanto ritorni, tanto ritorno.
[Qualche volta penso a come
sarebbe stato incontrarti al parco, poi mi ricordo dove ci siamo trovati e
penso che forse al parco sarebbe andata così, ma com’è successo davvero ce lo
ricorderemo come si ricordano quelle cose speciali che accadono e che sembrano
non essere mai accadute.]
Bel post, molto particolare.
RispondiEliminaMaurizio
Grazie, Maurizio :)
EliminaLe cose sono come le ricordiamo non come sono accadute realmente ... la realtà dura un attimo, i ricordi per sempre.
RispondiEliminaBel racconto, mi piace
Grazie mille, folletto! :)
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